07/ago/2009

Tutta la vita di dietro?


Dai venti ai trenta accade un miracolo. Non ho ben capito a che punto ma velocemente dal sentirti dire “hai tutta la vita davanti, non pensarci, rilassati” passi a diventare bersaglio di battute colpevolizzanti come “Ancora? E’ troppo tardi, dovevi pensarci anni fa, dovevi concretizzare prima…”. Così, in un attimo. Ma come è possibile? E non è che non puoi più coltivare un sogno (fosse solo quello). Proprio non ti è dato di coccolare una passione in senso classico. E mi sa che andando avanti le cose peggiorano. Ad esempio l’accesso ai corsi (troppi, tanti corsi) impone una novità per chi esce dagli 80 guanciali della (post) adolescenza: il limite d’età, (la linea di demarcazione tra il prima, tutti promesse di tanti futuri, e il poi, doveri, modelli sociali che starebbero stretti anche a un 70enne, l’angoscia, soprattutto per le donne, di mantenere un corpo alla Dorian Gray…). Come a sottolineare che la creatività (quando non addirittura il bisogno di progredire a livello formativo, obbrobrio…) è un optional da sbrigare negli spazi vuoti concessi dalla “serietà” adulta, una necessità da liquidare nel privato (e che vuoi aggiornare o imparare? Hai 30 anni!). Ma che stronzata, che ingiusta stronzata. Un falso messaggio che, oltretutto, nasconde un simbolismo ancora più infimo che va a colpire indirettamente anche quei pochi (magari giovanissimi) che si vogliono godere un laboratorio di fumetto senza per questo aspirare alla carriera di Manara e cioè: sta merda di mondo alleva soltanto le aspirazioni estreme, l’ascesa agonistica, l’illusione (o l’onere) con conseguente delusione di dover per forza correre per vincere la gara delle gare… E se sei cresciuto e hai ancora sete, sei umile e vuoi migliorarti, ti vuoi regalare un’altra strada (perchè no?), niente da fare: dopo i 25 scatta l’obbligo del “nato imparato”. E sprechi tempo a spiegare che la voglia del balletto classico ti è spuntata dopo la demenza da acne (mind your own business, vabbuò?) e che non desideri passare alla storia come l’etoile del secolo… No! Al massimo “c’è un corso tristerrimo di latino-americano di gruppo” con vegliardi annessi oppure ti è concesso di occuparti, manco a dirlo, dell’apparenza (ma in quanto all’essere…), quella sì per grandi e piccini: un bel programmino in palestra per tonificare le mollezze che verranno (e calmare l’ansia da ruga che non c’è, perché non c’è ancora, ma quasi ti viene a sto punto…). No way, voglio andare a New York ed iscrivermi al tip-tap per 35enni single di Charlotte York… E sentirmi giovane prima nell’anima e forse, se me ne frega qualcosa, anche nel corpo… dopo.

29/lug/2009

Giffonate pubblicate da Giffoni

NAOMI WATTS ASPETTA ALLEN, LIEV SCHREIBER LA REGIA

Shakespeare nel sangue e Tolstoj nel nome, lui, diafana come un angelo e “amante dei ruoli dark”, lei. Naomi Watts e Liev Schreiber riescono nell’impresa di fare coppia nonostante i riflettori. Star rodate oggi, da piccoli sognavano di “impiegarmi nel sistema degli ascensori – scherza Schreiber - ai tempi in cui per far funzionare le cose c’era bisogno di girare una manopola” mentre “io – precisa Naomi - sapevo che sarei diventata un’attrice. Fu un’illuminazione quando vidi mia madre sul palco e sentii che avrei fatto parte di questo mondo”. Arrivano al Giffoni Film Festival affannati, ora sono una famiglia con due figli al seguito, una “produzione che - commenta il regista di “Everything is illuminated” – supera per l’impegno qualsiasi produzione cinematografica. E’ come avere un’enorme troupe in casa”. E il cinema allora? “Spero di tornare a dirigere un film presto ma non posso dire che percorsi prenderà la mia prossima regia. Ho visto un documentario ambientato in Marocco che mi ha ispirato. E’ la storia di alcuni bambini che vivono per strada in condizioni terribili. Poi un uomo li aiuta a diventare falegnami e loro costruiscono una casa su un albero a forma di nave, simbolo delle tante persone che dalle coste abbandonano il paese per raggiungere la Spagna”. L’attrice, invece, non perde terreno, fra poco inizierà a muoversi sul set di Woody Allen: “E’ un classico film di Allen sulle disfunzioni familiari. Trovo il copione molto divertente». In cantiere da tre anni un remake de “Gli uccelli” di Hitchcock «ma non so ancora quando partiremo e cambierà molto rispetto all’originale”. E del soggiorno in Italia per le riprese di “The International” ha un buon ricordo. Parlavate di Berlusconi? “Ne parliamo ancora oggi ma mai di fronte alla stampa” ironizza Liev. Il resto è pappe e pannolini e, ovviamente, film: “Vediamo “Finding Nemo”, “Cars”, “Madagascar” ” spiega Naomi “e – aggiunge Liev – ho provato a proporre ai ragazzi Chaplin ma non hanno gradito e mentre stavo pensando di mandarli in collegio, ho tentato con “Playtime” di Tati ed è stato un successo”. E con un padre che salta da Amleto a “CSI” («quanto è noioso calarsi nello stesso ruolo per più di 3 mesi») fino a “Taking Woodstock” non è una sorpresa: “Ang Lee mi ha stupito, da outsider è riuscito a cogliere l’essenza dell’epoca hippy con occhi freschi, anche se a me ha chiesto di interpretare una donna. Un personaggio che nella sua bruttezza, lancia un messaggio d’amore: se riesci ad amare me puoi amare tutti”.

CHRISTINA RICCI
ERO ARRABBIATA E AUTOLESIONISTA MA TORNEREI DA BURTON

Dimenticate Mercoledì Addams e il fascino gothic degli anni di Burton, Christina Ricci, ospite al Giffoni Film Festival, sfoggia un’aria quasi da educanda. La musa di Mark Ryden («con l’artista condivido l’ossessione per Abraham Lincoln, l’amore per i giocattoli e per una certa estetica») ha chiuso con le ribellioni dell’adolescenza: «Da piccola ero molto arrabbiata, rilasciavo dichiarazioni sensazionali per stupire le persone e forse per autolesionismo. Oggi ho perso questa carica distruttiva».
Pellicole in uscita?
“Born to be a star”, una commedia diretta da Tom Brady dove interpreto la fidanzata ingenua di un ragazzo che scopre il passato professionale dei genitori, due celebrità del porno, e si convince di avere nel sangue la propensione al cinema hard. Poi “After Life” accanto a Liam Neeson, un thriller psicologico davvero intrigante, la protagonista è una donna che si crede morta, e “New York, I love you” con Natalie Portman e Scarlett Johansson. Una sorta di sequel di “Paris, je t’ame” ad episodi. E’ stato Orlando Bloom, di cui sono amica, a suggerirmi una parte.
E desideri per il futuro?
Tornare a lavorare con Tim Burton, continuare a produrre qualche film e perché no? Sogno di diventare regista. Ma non dovrei dirlo in giro, non sono ancora pronta.
Ha recitato in diverse serie per la tv, “Grey’s Anatomy”, “Ally McBeal”…
Si, si trattava di due ruoli costruiti apposta per me e sicuramente mi riproporrò in veste televisiva. Guardo la tv di qualità, mi piace farla anche se prevede ritmi diversi dal cinema, si sta sul set per troppe ore al giorno, è veramente faticoso.
Cosa ricorda dell’esperienza con Gilliam in “Paura e delirio a Las Vegas”?
All’epoca avevo 17 anni e con Benicio del Toro e Johnny Depp stavamo girando una sequenza in cui io ero sdraiata a terra. Dovevano prendermi a frustate e non riuscivo ad entrare nel personaggio. Johnny mi si avvicinò, mise la sua gamba sul mio viso e disse: «mordila se ti fa stare meglio ma facciamo questa scena!»
E del rapporto con Winona Ryder che arriverà a Giffoni sabato?
Quando eravamo sul set di “Sirene” Winona aveva già compiuto 18 anni e io ero soltanto una bambina. La consideravo una sorella maggiore, aveva un carattere inquieto come tutti gli adolescenti e passava il tempo ad insegnarmi cose che non dovrebbero essere spiegate a una bimba. Avevamo un bel rapporto. Ora ci siamo perse di vista ma quando ci incontriamo siamo in sintonia.


ELIO GERMANO

Disegna per ingannare lo stress, «è una mania», ma da adolescente trovò le strade del fumetto sbarrate, «tentai di iscrivermi a una scuola e non andò bene». Ora imprimere immagini su un foglio «è un passatempo» e recitare, uno stile di vita costruito sulla «complessità». Elio Germano, al Giffoni Film Festival, parla di sé mentre indossa «come Linus, la stessa camicia della prima conferenza, quando nel 1998 presentai “Il cielo in una stanza”».
Giorni fa ad Ischia un’anteprima di “Nine” di Marshall…
E’ un film con un impianto spettacolare ma il mio ruolo è decisamente ridotto. E’ un omaggio a Fellini e nella troupe cinematografica diretta da Daniel Day-Lewis interpreto uno degli assistenti alla regia.
Che tipo di esperienza è stata?
A parte accanto ad Abel Ferrara, non ero mai stato su un set americano. C’è una serietà da macchina industriale, un’abnegazione totale al lavoro che mi ha colpito. In Italia il clima è più umano. La voce del regista usciva da casse enormi, la troupe era affollatissima, sembrava un accampamento Rom del Casilino, pieno di camper. La “delegazione” italiana era sperduta. Ero in compagnia di Ricky Tognazzi, Cederna, Mastandrea, tutti un po’ disorientati. Perché è un cinema davvero diverso.
Ansia da prestazione?
Si, dovevo esprimermi in inglese e comunque trovarsi accanto a Nicole Kidman…
Che rapporto ha con la competizione sul set?
Non credo nella competizione, non genera qualità. A volte mi capita di provare invidia, che è un sentimento umano, ma non lo trasformo mai in competizione.
Nemmeno quando ha vinto il David?
No, anzi, in quel momento ho pensato: finalmente posso dire che faccio l’attore (ride, ndr). Purtroppo in Italia l’unica via per ottenere il riconoscimento sociale è prendere premi.
Le scene di nudo come le prepara?
Molto semplice, ti levi i vestiti e fai la scena. Spogliarsi è facile. E’ più fastidioso affrontare il nudo interiore, lasciarsi andare a un’emozione, confrontarsi con questioni come la morte, l’omicidio.
C’è un personaggio che le è rimasto addosso?
Ogni volta che finisco di girare, ho un’attività onirica intensa. Di notte continuo a lavorare almeno per altre tre settimane. Adesso quando sogno, sono sul set di Daniele Luchetti. Poi quando convivi per mesi con un personaggio, qualcosa ti rimane soprattutto se ti imbatti in sensazioni forti. Mi è capitato di interpretare parti inquietanti, di affrontare la morte di una persona cara, uccidere mio padre, suicidarmi.
Nel film di Luchetti, ambientato nell’estrema periferia romana, è il fratello di Raoul Bova.
Sono un operaio edile che abita in uno di quei quartieri fuori dal Raccordo che si formano nel giro di pochi anni, abbandonati ma ricchi di vitalità e di coppie giovani che investono sul futuro e creano un contrasto profondo tra l’assenza di servizi e lo spirito di iniziativa.
Come commenta l’attuale situazione del cinema italiano?
Viviamo un periodo triste, di crisi. E in questo contesto i produttori non hanno il coraggio di scommettere su copioni problematici, guardano agli incassi sicuri. Penso al coraggio di decenni fa, a pellicole come “Il muro di gomma”. Aspetto, ad esempio, un film sul G8 di Genova. Ma quando manca la certezza di lavorare, non si può rischiare, non c’è spazio per la libertà, si cavalcano le mode commerciali. E tutto questo provoca una sorta di stasi malarica.

FEDERICO MOCCIA: SONO MOLTO ROMANTICO MA AVREI VOLUTO DARE PUGNI COME STEP (DNews 20/07/2009)

Intercetta le frequenze degli adolescenti come una radiolina stregata, Federico Moccia ha il pass per accedere al mondo dei teenager. Al Giffoni Film Festival ha presentato un minuto del nuovissimo “Amore 14”, storia di una 14enne alle prese con i primi amori, sotto le urla di una giuria di devoti over thirteen. Un successo raggiunto senza “la presunzione di raccontare tutti i giovani ma solo storie individuali”. Consensi che non sfumano, mentre i critici si accaniscono.
Secondo lei, perché?

Meglio chiederlo a loro. Forse non apprezzano la semplicità e sono sorpresi dalla forza di un fenomeno che se fosse analizzato nel profondo, svelerebbe molti segreti del mondo dei ragazzi. Mi giudicano con un approccio da faciloni e spesso credo che le persone che criticano i miei libri non li abbiano mai letti. Farebbero bene a farlo, ci sono tanti elementi essenziali della vita che andrebbero recuperati, l’attaccamento alle cose più importanti come l’amore che resta la cosa più bella che possediamo.

Le sue storie sono sempre attraversate da un romanticismo acceso…

Io sono molto romantico anche nella vita privata. E’ talmente bello innamorarsi della vita, della persona che ci sta accanto, amare ciò che ci circonda, vivere con passione. Detesto l’idea di lasciarmi vivere con indifferenza con menefreghismo o cinismo. E adoro le sfumature più sincere. Ricco o povero che sia mi da fastidio l’uomo quando vive con distrazione.

Quanto racconta di sé nei suoi libri?

Mi lascio molto guidare dalla fantasia ma alcuni tratti li riprendo dalla realtà. A volte inserisco aspirazioni mancate. Ad esempio da piccolo avrei voluto tanto essere come Step di “Tre metri sopra il cielo” che prende a cazzotti chiunque gli pesta i piedi. Ma nella vita vera le prendevo sempre.

Che rapporto ha con il tempo che passa?

Ottimo, anche se nell’animo si rimane sempre un po’ ragazzi e non bisogna dimenticare mai quell’età. Invecchiare è un obbligo, mi dispiace che mi manchino alcune persone che non ci sono più ma si tratta di un percorso dovuto che molte persone, in particolare dello spettacolo, non accettano, sforzandosi di lottare contro gli anni. Io mi ispiro sempre a questa frase: “bisogna avere la forza di saper cambiare le cose che si possono cambiare, la serenità di accettare quelle che non si possono cambiare e la saggezza di saper distinguere le une dalle altre”.

Un aneddoto dal set di “Amore 14”?

L’imbarazzo che circonda i tanti baci che la protagonista (Veronica Olivier) deve dare. Ogni volta domanda “Come devo dare questo bacio? Come si da un bacio?”.

16/lug/2009

Cinghiali....


Sfilate di cinghiali allo spiedo, legioni di romani da menare e un’altra avventura in giro per il mondo. Le soddisfazioni si “riducono” a piccoli desideri per un gruppo di Galli speciali, abitanti orgogliosi dell’Armonica, unico fazzoletto di terra impermeabile agli attacchi degli eserciti capitolini. Alle battaglie vinte se ne aggiungono di nuove, un compleanno da mezzo secolo di fumetti e animazione: Asterix e gli amici del villaggio incubo di centurioni e Co. spegneranno cinquanta candeline il prossimo ottobre. Molte sigarette e bicchierini di “Pastis” fa, infatti, in una palazzina di Bobigny, René Goscinny e Albert Uderzo fusero le energie per dare vita alla saga degli eroi dalle x finali, riflessi in chiave spensierata di un certo sciovinismo d’oltralpe, di una Francia resistente in barba (e baffi folti) alle verità della storia. Era il 1959, l’afa di agosto non concedeva tregua e il “Pilote” premeva per pubblicare strisce originali. Due mesi dopo, l’abile nanetto biondo, tutto saggezza e furbizia, e l’inseparabile pancione Obelix, forzuto quanto stralunato, debuttarono sulle pagine del periodico giovanile che portò alla fama personaggi cult della nona arte come il cowboy Lucky Luke. E fu subito amore: il primo albo arrivò nel 1961 con una tiratura che da seimila pezzi passò rapidamente a sessantamila. Cifre relative se si pensa che Asterix ha superato ormai i trecento milioni di giornalini venduti con episodi tradotti in oltre cento lingue. Un successone confermato anche dopo lo sbarco in Italia del 1967, quando “Linus” propose alcune gesta in un supplemento e Mondadori decise di stampare tre numeri: “Asterix il Gallico”, “Asterix Legionario” e “Asterix e Cleopatra”. Scazzottate da record che nemmeno le migliori pellicole della coppia Spencer - Hill, imprese di un assatanato Obelix (“I Romani, che bello! Dei Romani tutti per me!”), versioni stravolte del passato con protagonisti illustri come Cesare, una pozione miracolosa che rende invincibili “la cui origine si perde nella notte dei tempi e il cui segreto non si trasmette che da bocca di druido a orecchio di druido” e una passione vorace per la buona tavola: gli esuberanti banchetti conclusivi, allestiti sempre all’aria aperta per celebrare l’ennesima vittoria, e le abboffate occasionali per un menù che sazia solo se contempla valzer di vassoi pieni di cosciotti fumanti, di “singularis porcus” si intende; perché “Mangiar carne è un piacere, se non è cinghiale che piacere è?”. Ingredienti che hanno ispirato giardini tematici come il “Parc Asterix”, eretto con patriottica provocazione a breve distanza dal concorrente “Disneyland Paris”, film per il grande schermo con un divertente Depardieu nei panni di Obelix e siti dove è possibile trovare persino le formule magiche di Panoramix: tra gli altri, asterixweb.it che nel 2009 ha raggiunto il decimo anno d’età. E fedele alla vocazione per le risse delle sue creature, l’ottantaduenne Uderzo mentre prepara l’opera inedita per i festeggiamenti autunnali litiga con la figlia Sylvie, rea di non gradire le scelte del padre sui diritti “gallici” a venire. Una querelle da tribunale e una speranza, che tra pettegolezzi e pugni la scaltra pescivendola Ielosubmarine riesca anche questa volta a spostare in fretta i pesci dal bancone, armi preferite delle zuffe in esplosione nell’angolo immaginario più irriducibile della Bretagna.
(DNews, 16/07/2009)

13/lug/2009

bolle di sapone, specchi del mondo


Sogni ristretti in piccole sfere di magia, dagli scatti di Richard Heeks, semplicemente bellissimi.

05/lug/2009

Tu dormi

L'immaginazione ha i giorni contati dalla realtà, ed è un bene quando gli occhi si aprono su nuove consapevolezze. Proprio mentre mi aspettavo un fiume di scossoni provenire da una certa direzione, sono stata tirata da un'altra parte, da eventi collaterali, parole anche banali ma che erano rivolte a me, persone che con poche domande mi hanno svegliato da un sonno familiare. Osservare quello che mi circonda, solo per un'ora o un giorno, da un'angolazione diversa mi è tornato utile. Com'è possibile che l'annebbiamento regoli ogni mossa per lunghi periodi? Gli alibi confortanti, le giustificazioni per soffocare le paure, le bugie pilotate che invertono i pensieri verso l'emotività sorda, utilissima a coprire le questioni reali, le tappe che ogni mattina dopo una notte di anestetizzanti premono per essere raggiunte mentre il passo è stanco e i timori crescono, soffocati a stento da una coperta tenuta su oltre gli orari consentiti e che non può fare altro che opprimere, anche quando protegge. Ieri e ieri l'altro, mi giravo intorno, ho visto le stesse facce dirmi chi sono, ho percepito la frattura apatica tra il vivere scommettendo e l'essere devoti a limiti fasulli, pezze stantie che rafforzano i legacci con il passato e impediscono di fare, semplicemente. Una sola chiave in tasca per un'unica porta. Il mio sguardo ha preso aria. Grazie ad una piccola sconosciuta e alla folla nei paraggi, a una città capricciosa, invadente, stellata, buia, bellissima. E poi una domanda come piovuta da un cielo amico, come quando l'acqua gelida ti scrolla dagli occhi il sonno proprio mentre avevi bisogno di vedere, di cogliere un particolare essenziale: "Vogliamo salvarci?". Ora, credo, non so se lo vogliamo ma possiamo provarci.

25/giu/2009

Personaggi stracult o cotti, tutti nel dizionario dei Cartoni

Cento anni di ricordi animati, novantamila episodi archiviati per custodire un secolo di infanzie trascorse con lo sguardo ipnotizzato dallo schermo, complici i tanti compagni immaginari dei primi passi nel mondo. “Il Dizionario dei Cartoni Animati” di Daniel Valentin Simion (Anton, pp. 984, euro 50,00), nelle librerie da sabato prossimo, è un’opera preziosa. Un bauletto che raccoglie (e cataloga) le emozioni del passato, i frame che dal 1908 ad oggi imprimono la memoria, riportando la mente in quella terra di mezzo dove prende senso l’essere bambini, quell’isola che non c’è più, varcate le soglie adulte, in cui la fantasia bilancia sogno e realtà. E dietro l’impatto suggestivo si nasconde un’attività minuziosa di ricerca durata quasi otto anni, un’idea nata per caso «nel lontano 1999 – spiega l’autore - dalle fondamenta di “Criptonet”, la costola multimediale del volume in rete. All'epoca stavo già lavorando a questo sito quando mi capitò tra le mani il “Dizionario dei Telefilm”. Lo trovai geniale e contattai un editore proponendogli la parte editoriale di “Criptonet” per farne un libro. Seguirono anni di stesure ed estenuanti indagini, passando anche giorni e notti davanti al monitor e alla tv a guardare e riguardare disegni animati di ogni genere». Il risultato si sfoglia in schede (oltre tremila) piene di informazioni; dalle trame agli antefatti, dalle biografie dei protagonisti alle visioni consigliate in base all’età dello spettatore fino a parametri di giudizio critico particolari: “stracult”, in pratica la quinta essenza del cartoon, “cult”, godibile ma non indispensabile, “cotto”, che delude le aspettative e “stracotto”, suggerito ai masochisti amanti del trash. Tra gli imperdibili «“Biancaneve e i sette nani” di Walt Disney che ha fatto storia, Felix the Cat negli anni ‘10, Topolino nei ‘20, Bugs Bunny negli anni ‘40, ogni decennio ha le sue icone – sottolinea Daniel - . Dal mito di Carosello ai Flintstones, a Goldrake, Lupin III per arrivare ai Pokemon e ai film della Pixar nel nuovo millennio». E uno “stracotto”? «E’ difficile da definire. Se si guarda un cartone pensato per un bimbo di quattro anni con gli occhi di un trentenne, sicuramente dopo due minuti il trentenne potrebbe procurarsi ferite atroci pur di soffrire meno. Uno “stracotto” vero, a volte, può essere una versione tarocca di un titolo cult, realizzata al fine di indurre il cliente a comprare sbadatamente un prodotto simile all’originale come “La carica dei 100”, costruito sulla scia del più famoso “La carica dei 101”». Dritte da esperti e molte curiosità come l’aneddoto che emerge nella scheda dei Looney Tunes sulla buffa parlata ad “e-FF-etto” di Daffy Duck: «Fu l’animatore Cal Howard a suggerire a Mel Blanc, l’uomo dalle mille voci, che la cosa più efficace da fare per dare personalità al papero era quella di seguire l’inflessione e l’accento del loro capo: Leon Schlesinger. Alla prima aziendale, risultò talmente evidente che si era fatto il suo verso che durante la proiezione del cartone il clima fu davvero teso perché Schlesinger stava ascoltando la sua voce venir fuori da quel personaggio. Al termine dello spettacolo Schlesinger, però, rimase entusiasta del prodotto appena visionato e chiese: “Gesù, quefta è una voce daffero divertente… Dove l’afete pefcata?”». di Adele Brunetti (DNews 25/06/2009)

24/giu/2009

Soltanto una puttana



Se sei puttana, morirai puttana anche oltre le soglie del ventunesimo secolo. E il valore delle tue verità è un arbitrio annunciato. Forse perché escono da labbra macchiatesi di "reati" ammissibili esclusivamente nel privato delle lenzuola. Mai fare passi falsi, una volta chiusa alle spalle la porta della camera da letto. Il riscatto è un'illusione di genere contro ogni abuso di potere. Un potere schiacciante, esteso, che ha le sembianze di un omino posticcio dai tentacoli onnipresenti(soprattutto sotto le gonne)che elude il tempo a strati di fondotinta, orde di ragazze e battute megalomani. Se con confidenza misericordiosa, il sommo utilizzatore finale ti avvicinava nella folla sussurrando "Ciao, come stai?" adesso ti addita come "questa signora"(ma pensa a ben altro)sulle pagine scadenti di un giornaletto rosa, le uniche a meritare un commento ai deliri di una puttana. Sul tavolo non solo il denaro ("Non mi ha pagata", "è stata pagata") ma un simbolismo di troppo a gravare su una moralità di antica facciata, deprimente nella sua ipocrisia, paradossale, (in)evitabile. Sia chiaro la puttana non è una santa, possiede le sue colpe ma a volte le sciacqua in piazza ed è questa la sua ingenuità feroce e imperdonabile. E mentre partono in quarta le pratiche di beatificazione della moglie con pargoli devoti al seguito, si allestisce la gogna della donna oggetto, rea di sperare in un tornaconto (almeno economico, se è vero che gli unici parametri lasciati all'etica li scandisce il mercato), stupida mentre accumula prove, soltanto una puttana che "non desta alcuna preoccupazione, se non il fastidio di doverci occupare di queste cose". Se in fatto di sesso l'utile va con il dilettevole, non avviene mai in pubblico ma dietro tende tirate, a bocche chiuse (metaforicamente, si intende) e corpi genuflessi. "Fan cinquemila lire", è un prezzo di favor che forse era meglio saldare.