NAOMI WATTS ASPETTA ALLEN, LIEV SCHREIBER LA REGIA
Shakespeare nel sangue e Tolstoj nel nome, lui, diafana come un angelo e “amante dei ruoli dark”, lei. Naomi Watts e Liev Schreiber riescono nell’impresa di fare coppia nonostante i riflettori. Star rodate oggi, da piccoli sognavano di “impiegarmi nel sistema degli ascensori – scherza Schreiber - ai tempi in cui per far funzionare le cose c’era bisogno di girare una manopola” mentre “io – precisa Naomi - sapevo che sarei diventata un’attrice. Fu un’illuminazione quando vidi mia madre sul palco e sentii che avrei fatto parte di questo mondo”. Arrivano al Giffoni Film Festival affannati, ora sono una famiglia con due figli al seguito, una “produzione che - commenta il regista di “Everything is illuminated” – supera per l’impegno qualsiasi produzione cinematografica. E’ come avere un’enorme troupe in casa”. E il cinema allora? “Spero di tornare a dirigere un film presto ma non posso dire che percorsi prenderà la mia prossima regia. Ho visto un documentario ambientato in Marocco che mi ha ispirato. E’ la storia di alcuni bambini che vivono per strada in condizioni terribili. Poi un uomo li aiuta a diventare falegnami e loro costruiscono una casa su un albero a forma di nave, simbolo delle tante persone che dalle coste abbandonano il paese per raggiungere la Spagna”. L’attrice, invece, non perde terreno, fra poco inizierà a muoversi sul set di Woody Allen: “E’ un classico film di Allen sulle disfunzioni familiari. Trovo il copione molto divertente». In cantiere da tre anni un remake de “Gli uccelli” di Hitchcock «ma non so ancora quando partiremo e cambierà molto rispetto all’originale”. E del soggiorno in Italia per le riprese di “The International” ha un buon ricordo. Parlavate di Berlusconi? “Ne parliamo ancora oggi ma mai di fronte alla stampa” ironizza Liev. Il resto è pappe e pannolini e, ovviamente, film: “Vediamo “Finding Nemo”, “Cars”, “Madagascar” ” spiega Naomi “e – aggiunge Liev – ho provato a proporre ai ragazzi Chaplin ma non hanno gradito e mentre stavo pensando di mandarli in collegio, ho tentato con “Playtime” di Tati ed è stato un successo”. E con un padre che salta da Amleto a “CSI” («quanto è noioso calarsi nello stesso ruolo per più di 3 mesi») fino a “Taking Woodstock” non è una sorpresa: “Ang Lee mi ha stupito, da outsider è riuscito a cogliere l’essenza dell’epoca hippy con occhi freschi, anche se a me ha chiesto di interpretare una donna. Un personaggio che nella sua bruttezza, lancia un messaggio d’amore: se riesci ad amare me puoi amare tutti”.
CHRISTINA RICCI
ERO ARRABBIATA E AUTOLESIONISTA MA TORNEREI DA BURTON
Dimenticate Mercoledì Addams e il fascino gothic degli anni di Burton, Christina Ricci, ospite al Giffoni Film Festival, sfoggia un’aria quasi da educanda. La musa di Mark Ryden («con l’artista condivido l’ossessione per Abraham Lincoln, l’amore per i giocattoli e per una certa estetica») ha chiuso con le ribellioni dell’adolescenza: «Da piccola ero molto arrabbiata, rilasciavo dichiarazioni sensazionali per stupire le persone e forse per autolesionismo. Oggi ho perso questa carica distruttiva».
Pellicole in uscita?
“Born to be a star”, una commedia diretta da Tom Brady dove interpreto la fidanzata ingenua di un ragazzo che scopre il passato professionale dei genitori, due celebrità del porno, e si convince di avere nel sangue la propensione al cinema hard. Poi “After Life” accanto a Liam Neeson, un thriller psicologico davvero intrigante, la protagonista è una donna che si crede morta, e “New York, I love you” con Natalie Portman e Scarlett Johansson. Una sorta di sequel di “Paris, je t’ame” ad episodi. E’ stato Orlando Bloom, di cui sono amica, a suggerirmi una parte.
E desideri per il futuro?
Tornare a lavorare con Tim Burton, continuare a produrre qualche film e perché no? Sogno di diventare regista. Ma non dovrei dirlo in giro, non sono ancora pronta.
Ha recitato in diverse serie per la tv, “Grey’s Anatomy”, “Ally McBeal”…
Si, si trattava di due ruoli costruiti apposta per me e sicuramente mi riproporrò in veste televisiva. Guardo la tv di qualità, mi piace farla anche se prevede ritmi diversi dal cinema, si sta sul set per troppe ore al giorno, è veramente faticoso.
Cosa ricorda dell’esperienza con Gilliam in “Paura e delirio a Las Vegas”?
All’epoca avevo 17 anni e con Benicio del Toro e Johnny Depp stavamo girando una sequenza in cui io ero sdraiata a terra. Dovevano prendermi a frustate e non riuscivo ad entrare nel personaggio. Johnny mi si avvicinò, mise la sua gamba sul mio viso e disse: «mordila se ti fa stare meglio ma facciamo questa scena!»
E del rapporto con Winona Ryder che arriverà a Giffoni sabato?
Quando eravamo sul set di “Sirene” Winona aveva già compiuto 18 anni e io ero soltanto una bambina. La consideravo una sorella maggiore, aveva un carattere inquieto come tutti gli adolescenti e passava il tempo ad insegnarmi cose che non dovrebbero essere spiegate a una bimba. Avevamo un bel rapporto. Ora ci siamo perse di vista ma quando ci incontriamo siamo in sintonia.
ELIO GERMANO
Disegna per ingannare lo stress, «è una mania», ma da adolescente trovò le strade del fumetto sbarrate, «tentai di iscrivermi a una scuola e non andò bene». Ora imprimere immagini su un foglio «è un passatempo» e recitare, uno stile di vita costruito sulla «complessità». Elio Germano, al Giffoni Film Festival, parla di sé mentre indossa «come Linus, la stessa camicia della prima conferenza, quando nel 1998 presentai “Il cielo in una stanza”».
Giorni fa ad Ischia un’anteprima di “Nine” di Marshall…
E’ un film con un impianto spettacolare ma il mio ruolo è decisamente ridotto. E’ un omaggio a Fellini e nella troupe cinematografica diretta da Daniel Day-Lewis interpreto uno degli assistenti alla regia.
Che tipo di esperienza è stata?
A parte accanto ad Abel Ferrara, non ero mai stato su un set americano. C’è una serietà da macchina industriale, un’abnegazione totale al lavoro che mi ha colpito. In Italia il clima è più umano. La voce del regista usciva da casse enormi, la troupe era affollatissima, sembrava un accampamento Rom del Casilino, pieno di camper. La “delegazione” italiana era sperduta. Ero in compagnia di Ricky Tognazzi, Cederna, Mastandrea, tutti un po’ disorientati. Perché è un cinema davvero diverso.
Ansia da prestazione?
Si, dovevo esprimermi in inglese e comunque trovarsi accanto a Nicole Kidman…
Che rapporto ha con la competizione sul set?
Non credo nella competizione, non genera qualità. A volte mi capita di provare invidia, che è un sentimento umano, ma non lo trasformo mai in competizione.
Nemmeno quando ha vinto il David?
No, anzi, in quel momento ho pensato: finalmente posso dire che faccio l’attore (ride, ndr). Purtroppo in Italia l’unica via per ottenere il riconoscimento sociale è prendere premi.
Le scene di nudo come le prepara?
Molto semplice, ti levi i vestiti e fai la scena. Spogliarsi è facile. E’ più fastidioso affrontare il nudo interiore, lasciarsi andare a un’emozione, confrontarsi con questioni come la morte, l’omicidio.
C’è un personaggio che le è rimasto addosso?
Ogni volta che finisco di girare, ho un’attività onirica intensa. Di notte continuo a lavorare almeno per altre tre settimane. Adesso quando sogno, sono sul set di Daniele Luchetti. Poi quando convivi per mesi con un personaggio, qualcosa ti rimane soprattutto se ti imbatti in sensazioni forti. Mi è capitato di interpretare parti inquietanti, di affrontare la morte di una persona cara, uccidere mio padre, suicidarmi.
Nel film di Luchetti, ambientato nell’estrema periferia romana, è il fratello di Raoul Bova.
Sono un operaio edile che abita in uno di quei quartieri fuori dal Raccordo che si formano nel giro di pochi anni, abbandonati ma ricchi di vitalità e di coppie giovani che investono sul futuro e creano un contrasto profondo tra l’assenza di servizi e lo spirito di iniziativa.
Come commenta l’attuale situazione del cinema italiano?
Viviamo un periodo triste, di crisi. E in questo contesto i produttori non hanno il coraggio di scommettere su copioni problematici, guardano agli incassi sicuri. Penso al coraggio di decenni fa, a pellicole come “Il muro di gomma”. Aspetto, ad esempio, un film sul G8 di Genova. Ma quando manca la certezza di lavorare, non si può rischiare, non c’è spazio per la libertà, si cavalcano le mode commerciali. E tutto questo provoca una sorta di stasi malarica.
FEDERICO MOCCIA: SONO MOLTO ROMANTICO MA AVREI VOLUTO DARE PUGNI COME STEP (DNews 20/07/2009)
Intercetta le frequenze degli adolescenti come una radiolina stregata, Federico Moccia ha il pass per accedere al mondo dei teenager. Al Giffoni Film Festival ha presentato un minuto del nuovissimo “Amore 14”, storia di una 14enne alle prese con i primi amori, sotto le urla di una giuria di devoti over thirteen. Un successo raggiunto senza “la presunzione di raccontare tutti i giovani ma solo storie individuali”. Consensi che non sfumano, mentre i critici si accaniscono.
Secondo lei, perché?
Meglio chiederlo a loro. Forse non apprezzano la semplicità e sono sorpresi dalla forza di un fenomeno che se fosse analizzato nel profondo, svelerebbe molti segreti del mondo dei ragazzi. Mi giudicano con un approccio da faciloni e spesso credo che le persone che criticano i miei libri non li abbiano mai letti. Farebbero bene a farlo, ci sono tanti elementi essenziali della vita che andrebbero recuperati, l’attaccamento alle cose più importanti come l’amore che resta la cosa più bella che possediamo.
Le sue storie sono sempre attraversate da un romanticismo acceso…
Io sono molto romantico anche nella vita privata. E’ talmente bello innamorarsi della vita, della persona che ci sta accanto, amare ciò che ci circonda, vivere con passione. Detesto l’idea di lasciarmi vivere con indifferenza con menefreghismo o cinismo. E adoro le sfumature più sincere. Ricco o povero che sia mi da fastidio l’uomo quando vive con distrazione.
Quanto racconta di sé nei suoi libri?
Mi lascio molto guidare dalla fantasia ma alcuni tratti li riprendo dalla realtà. A volte inserisco aspirazioni mancate. Ad esempio da piccolo avrei voluto tanto essere come Step di “Tre metri sopra il cielo” che prende a cazzotti chiunque gli pesta i piedi. Ma nella vita vera le prendevo sempre.
Che rapporto ha con il tempo che passa?
Ottimo, anche se nell’animo si rimane sempre un po’ ragazzi e non bisogna dimenticare mai quell’età. Invecchiare è un obbligo, mi dispiace che mi manchino alcune persone che non ci sono più ma si tratta di un percorso dovuto che molte persone, in particolare dello spettacolo, non accettano, sforzandosi di lottare contro gli anni. Io mi ispiro sempre a questa frase: “bisogna avere la forza di saper cambiare le cose che si possono cambiare, la serenità di accettare quelle che non si possono cambiare e la saggezza di saper distinguere le une dalle altre”.
Un aneddoto dal set di “Amore 14”?
L’imbarazzo che circonda i tanti baci che la protagonista (Veronica Olivier) deve dare. Ogni volta domanda “Come devo dare questo bacio? Come si da un bacio?”.